La favola di pelle d’asino

Una delle cose che mi diceva sempre mia madre era: ti sei impupata per stare dentro? Quando devi uscire sei malacumminata e per stare dentro…

glossario:

inpuparsi >>>> mettersi al meglio, eleganti, curati e se capita ingioiellati
malacumminata >>>> dimessa, senza cura, con i vestiti ordinari o più vecchi

Questa è una storia che mi raccontò una volta mia zia e che io, ogni tanto, le chiedevo di raccontarmi di nuovo. Non troppo spesso però, l’avevo talmente interiorizzata, già alla prima volta, che da allora ha sempre fatto parte di me. Non so perché l’abbia capito proprio oggi ma si, certo, pelle d’asino sono io.

La ragazza figlia di un mercante che decide di andar via di casa. Il perché non me lo ricordo, chissà quale motivo onorevole può spingere la fanciulla di una favola ad andare a lavorare come pasticcera in un’altra città? Sta di fatto che la ragazza convinceva il padre, o forse lo ingannava, e si faceva cucire dalla nutrice tre vestiti, uno intessuto d’oro e di raggi di sole, uno d’argento e di raggi di luna e uno di pelle d’asino.

L’abito peloso serviva per il viaggio, per evitarne le insidie, ma non solo. Ella lo usava anche per cucinare e preparare le torte che la fecero benvolere dall’oste e datore di lavoro. Tutte le sue compagne pensavano che la ragazza fosse vittima di una malformazione o chissà, di un incantesimo, certamente non aveva molti amici e nessuno le rompeva le scatole.

Nessun pensiero d’amore, forse una nostalgia segreta del padre, eppure qualcosa le impediva di tornare, lei indipendente e padrona di sé, a sottostare alle convenzioni che la volevano sposata. E così ella era brava e orribile, brava e celata a tutto il paese, e solo nella sua stanza, nei giorni di festa, ella indossava, per cucinare dolci e meraviglie, gli abiti intessuti di sole e di raggi di luna e i gioielli datele dal padre.

Il resto della storia racconta dell’anello che le scivolò tra la panna di una torta, servita al principe di passaggio in città. Di come egli si intestardisse a voler conoscere la cuoca che stava per ucciderlo, fino a seguire e spiare la fanciulla nella sua stanza e a scoprirne il segreto.

Piaciuta la storia? A me si, tanto!

Il fatto è che i complimenti mi hanno sempre messo in imbarazzo e la mia timidezza cresce proporzionalmente all’attenzione che gli estranei, specie se desiderabili, mi dedicano. E allora meglio non essere troppo appariscente, meglio stupirli con un commento, intelligente e inatteso, che mettersi un bel vestito e poi essere incapace di scambiare due parole.

… non posso dire che la tecnica abbia sempre funzionato, anzi, praticamente mai, non  per ottenere quello che volevo io. Il principe ha sempre dovuto fare lui buona parte del lavoro, venirmi a cercare, cogliermi di sorpresa in un momento di intimità e accorgersi che “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Ora non sono più così, forse il vestito di pelle d’asino si è logorato e i peli sono caduti via, ma adesso sono più spontanea, adesso guardo negli occhi e, quando rimango senza parole, pazienza.

Adesso c’è qualcuno che mi dice che non serve, mettersi la minigonna e un trucco assassino, che sono eccessiva (addirittura?!?) e non è del tutto vero, serve, serve eccome e gli uomini non sono tutti uguali. Però quella cosa lì, guardare negli occhi e fottersene quanto basta, di piacere o non piacere agli altri, fa metà del lavoro, questo l’ho capito.

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