senza peli sulle lingue (dominanti, di cultura, in pericolo etc)

Mi capita spesso di consultare i dizionari italiani e inglesi on line; certe volte rimbalzo dall’uno all’altro alla ricerca della parola giusta, perchè magari la penso in italiano ma mi serve in inglese, o al contrario.

Spesso mi perdo anche, galleggiando tra una pagina e l’altra, proprio come due giorni fa, nel portale zanichelli. Mi ritrovo a leggere Ancora sull’anglomania, nella sezione Osservatorio della lingua italiana e praticamente non sono d’accordo su niente. Non solo questo, mi dispiace leggere la solita trita storia sulla “avanzata dell’anglo-americano”, addirittura definito strumento massonico, sulle povere “lingue di cultura”.

Mi ritrovo a scrivere un commento ma, “non avendo molto tempo”, anzichè essere breve scrivo un lenzuolo. Aspetto un paio di giorni, perchè il sito è moderato, ma niente, evidentemente il dibattito non è una delle priorità di Massimo Arcangeli.

E allora eccolo qua. A disposizione di tutti, per tutti gli usi consentiti dalla legge.

Giusto qualche domanda (e qualche commento):

  • Ma in che modo una nuova “lingua di garanzia”, per lo più artificiale, esperimento già più volte tentato e fallito, potrebbe difendere le cosiddette lingue in pericolo?
  • Le lingue non sono fatte per rimanere dentro “settori”.
  • Chi sono questi “molti” che paventano per l’italiano?  Davvero pensiamo che l’italiano sia in pericolo? Non lo è il siciliano, insieme a tante altre lingue ritenute ignorantemente dialetti in Italia, e  vitali nonostante il vilipendio a cui sono state soggette. Giusto per fare un esempio recente, la pubblicità in occasione dei centocinquant’anni dell’unità di Italia in cui vengono dileggiate e beffeggiate, rendendole incomprensibili anche a chi potrebbe capirle.
  • Se ci preoccupa l’inglese cosa faremo nei prossimi anni nei confronti del mandarino o dell’arabo?
  • Cosa sono le lingue di cultura? E quali lingue non sono di cultura?
  • La scusa dell’internazionalizzazione non è affatto una scusa, è una sfida. È una necessità. Perchè non ci sono studenti e ricercatori stranieri nelle nostre università nonostante il livello dell’insegnamento e della ricerca non sia (dopotutto) così scadente? A che cosa servono tesi di laurea, ma soprattutto di dottorato, in ambito scientifico, scritte in italiano? Nel mio caso solo a semplificare la lettura da parte di professori fuori dal circuito internazionale e vitale della ricerca.
    Magari ci fossero visiting professor nelle nostre università. Ma a quali studenti (universitari) gioverebbero se pochissimi sono in grado di seguire una lezione in inglese? Come possono esserci se gli uffici amministrativi non sono preparati ad accoglierli? E soprattutto cosa dovrebbero venire ad imparare da noi? Nepotismo e privilegi di classe?
    Purtroppo succede solo l’opposto. Siamo noi ad andare, felicemente, all’estero.
  • L’inglese è una lingua viva e fortemente influente, ma così come riversa parole nelle altre lingue allo stesso modo ne accoglie, tantissime. Il Grande dizionario italiano dell’uso attesta circa 250 mila parole, l’Oxford English Language circa 500 mila.
  • La globalizzazione, e la diffusione dell’inglese, saranno anche malefiche e dannose (ovviamente non è la mia opinione) ma sono un fenomeno storico.  Vogliamo bandirle per decreto o ci vogliamo domandare quali sono le poderose spinte sociali, economiche, culturali che le producono?
  • Il futuro dell’italiano non è messo in pericolo da chi parla altre lingue, oltre la propria prima lingua, ma da chi non sa parlare e scrivere in italiano. Non mi riferisco ad un uso pedante della lingua, che come ogni cosa viva respira e cambia nell’ambiente in cui vive. Mi riferisco a chi scrivendo titoli e articoli sul Corriere.it, per esempio, dimostra, quanto meno, di non rileggere prima di pubblicare; a chi ritiene che il plain language, ovvero un linguaggio piano e semplice, non sia una delle priorità della pubblica amministrazione; a chi non sa distinguere tra linguaggio parlato e scritto.

Giupina

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