I padri costituenti: santi, scrittori e legislatori 1, Calosso

Calosso. […] Vedo la prima frase del presente «titolo» che dice: «La famiglia è una società naturale». Io ho indovinato, dai discorsi che ho udito, che fra i giuristi ci deve essere una vecchia questione intorno a ciò, anche forse delle vecchie ruggini, che non ho bene afferrato in che cosa consistano.

Ho ad ogni modo compreso che c’è, comunque, un lato della famiglia che è uguale a quello del regno animale; che è uguale, per esempio, a quello dei colombi che fanno all’amore in modo così tenero, che hanno abolito il divorzio (Si ride); o a quello dei gatti, dei conigli, ecc. Ho visto una volta una gatta che era un’educatrice meravigliosa; essa allevava i suoi figli, giocava con loro, li scompaginava improvvisamente, poi ritornava riservata come al solito e si ritirava nei suoi appartamenti.

Certo, anche il regno animale è una cosa importante; ma non sono riuscito a comprendere tanto entusiasmo da parte democristiana per questa formula animale.

Contro questa formula stanno quelli che vorrebbero il predominio dello Stato: e sono le sinistre. Ed anche questo mi ha meravigliato, perché, da questa parte, noi socialisti, noi cioè che amiamo Marx perché lo riteniamo una pietra miliare nella storia del socialismo, siamo, come egli era, antistatalisti al cento per cento: Marx pensava infatti che lo Stato sia un male che un giorno si dovrà eliminare.

Comunque, come dobbiamo impostare il problema? Questo è il quesito. Sperimentalmente, grossolanamente, la dittatura fascista, cioè quella che abbiamo avuto fra i piedi, quali tare ha messo in luce nella famiglia italiana praticamente? Questo è tutto.

Ora, mi pare evidente, il fascismo ha fatto la campagna demografica, ha ridotto la famiglia a conigliera, ha messo la donna in cucina, ha cercato di dare dei poteri di primato ai duci domestici, a noi uomini cioè che sostiamo dopo il pranzo con lo stuzzicadenti in bocca e che fascisticamente, per le strade, con passo imperatorio che tutto il mondo ci invidia, seguiamo le donne, siamo l’unico popolo europeo civile che faccia questo. La gelosia, noi siamo, con gli spagnoli, i soli ad averla in questo grado; anche negli ammazzamenti di donne siamo famosi e siamo così appassionati che ci dimentichiamo di uccidere prima noi stessi: perché l’uomo appassionato dovrebbe prima uccidere se stesso e poi sua moglie. (Si ride).

E poi chi uccide dice: assolvetemi, perché sono un uomo appassionato. Io invece, se ci fosse la forca, la darei a uomini simili.

Ma questo lato della nostra famiglia, che tutto il mondo critica — e noi non ne abbiamo sentore perché in Italia non si proiettano i film americani che mettono in luce questo lato di cui siamo tristemente famosi — è stato precisamente il lato che il fascismo ha sottolineato, conferendogli anzi un senso di orgoglio patriottico. Come rimediare a questo fatto? C’è il rimedio reale che non può essere dato che da una riforma sociale, che tolga la miseria. Ma non è questo il punto in questa discussione. Non possiamo fare una rivoluzione per decreto.

Rimaniamo nel campo politico e giuridico in cui si muove la Costituzione.

Che cosa si può fare? Un oratore democristiano, l’onorevole Avanzini, molto bene ieri disse: «Per omaggio ai socialisti e alla sinistra, io tratterò il problema non da un punto di vista cristiano, ma solo da un punto di vista civile». Io tendo ugualmente, per un atto di omaggio, a mettere il problema in termini cristiani, anziché socialisti.

Noi socialisti abbiamo detto tante volte: siamo disposti a rimanere nei limiti di un cattolicesimo manzoniano, sia quelli di noi che sono cattolici, sia quelli che non hanno una fede positiva e non credono nel Dio trascendente. Se per caso mi scappasse dalle labbra qualche cosa che non è nei limiti di un cattolicesimo manzoniano, vi prego di avvertirmi ed io subito tacerò. Non ho capito perché voi, amici democristiani, di questo senso di familiarità conigliesca, che il fascismo ha esagerato e che abbiamo un po’ nel sangue, non ne avete abbastanza. Non è vero che le cose buone, esagerandole, rimangano buone. L’abate Muratori ha scritto un libro contro il culto esagerato di Maria Vergine, perché non si deve esagerare nulla. Così per la maternità. Le esagerazioni del senso della maternità hanno per effetto una degenerazione della maternità.

Non riesco a capire come voi non ne abbiate abbastanza di questo senso familiare conigliesco che il fascismo ha messo in auge, quasi come se noi avessimo in questo campo un primato. Non è vero! Tutti e tre i popoli alleati che abbiamo avuto in casa, sono immensamente superiori a noi in questo punto. Gli Americani e gli Inglesi hanno una moralità famigliare freschissima, l’adulterio è guardato con rigore, la donna rispettata. Anche i Russi. Guardate il popolo russo che molti credono un popolo degenerato. Ora, da testimonianze assolutamente obiettive, come quella di Lord Webb e di sua moglie, che ha scritto un libro in materia, sul modo di essere della famiglia e dell’amore in Russia, si potrebbe dire che là esiste una vita quasi puritana.

Dice Lord Webb che in Russia la libertà dei contatti fra i sessi è meravigliosa. Il severo contegno, che è naturalmente connesso con la libertà, la onesta fraternità dei giovani che vanno al lavoro e quella fra gli studenti, costituiscono un bellissimo quadro. Questo secondo il resoconto di individui che non sono affatto dei filocomunisti. Qualcuno potrebbe credere che in Arabia, dove si chiudono le donne, la famiglia vada meglio, perché si è sicuri della fedeltà, essendo le donne chiuse a chiave.

Non credo che sia questo ciò a cui vogliamo arrivare. Che cosa si può fare, anziché insistere in questo senso esagerato della famiglia, per cui persino la Santa Trinità in Italia è stata quasi dimenticata e sostituita con un’altra Trinità, che è la Sacra Famiglia? Che cosa si può fare? I rimedi decisivi sarebbero quelli economici e sociali. Ma fin d’ora io direi che sarebbe bene dare molta importanza alla donna e alla famiglia, come ha detto ieri molto bene nel suo discorso la signorina onorevole Rossi. Dare importanza alla donna, perché — ella ha detto una ragione giustissima — l’esperienza ci dimostra che quando la madre vive ed il padre è morto, la famiglia rimane in piedi lo stesso; mentre quando l’uomo rimane vedovo tutto va a catafascio. D’altra parte, chi di noi può negare che, in media, la donna è più virtuosa di noi e più coraggiosa? È un fatto che la donna è più coraggiosa. In casa, quando noi abbiamo un malore, un mal di denti, un mal di capo — almeno a me succede così — diamo noia a tutti, vogliamo essere coccolati; invece la donna sopporta questi mali senza farsene accorgere. Perché? Perché è più coraggiosa. Vi è chi dice che la donna sia meno coraggiosa perché non ama fare la guerra. Questo è un atto di intelligenza e non di poco coraggio. La donna non vuole rischiare la vita e soprattutto farla rischiare ai suoi figliuoli per avere tutto distrutto. Ma quando deve rischiare la vita per creare un’altra vita, il coraggio non le manca. Credo che la Provvidenza abbia fatto molto bene ad assegnare a lei questo compito, perché se lo avesse assegnato a noi l’umanità sarebbe finita.

Anche la donna frivola è in genere più seria dell’uomo. Non credo che la donna più frivola abbia mai dato un pizzicotto in tranvai ad un uomo. Anche la donna delinquente è spesso più nobile dell’uomo delinquente; guardate Maria Pasquinelli: ha commesso un grave delitto, per cui giustamente è stata condannata a morte. Ha ucciso un uomo, così, in un’atmosfera di nazionalismo esasperato. Fintanto che si è trovata in un’atmosfera esasperata di uomini che rimpiangono di non poter fare in Jugoslavia quello che gli jugoslavi stanno facendo a noi, lei si è eccitata ed ha sparato. Ha colpito purtroppo proprio l’individuo che probabilmente era un grande amico dell’Italia, perché suo padre era morto sul fronte italiano, e noi a Londra abbiamo visto che il gruppo degli inglesi che ci difendeva, e sui giornali e nelle riunioni pubbliche, era proprio questa tribù degli ex combattenti in Italia. Ma appena è stata sola, appena non è stata più avvolta dai gruppi di uomini nazionalisti, si è trovata solo donna ed ha tenuto un contegno meraviglioso di forza: non ha voluto chiedere né la grazia, né l’appello. È chiaro che, pur esecrando il suo delitto, una donna simile si imponga alla nostra riverenza.

Non riesco a vedere perché la donna sia inferiore all’uomo, anzi per quello che ho detto mi parrebbe che sia superiore. Non in tutto, è vero: nel campo filosofico, per esempio, non è certo eguale all’uomo. Ma la donna è superiore all’uomo nella vita pratica e morale. A noi qui poco interessa che la donna non sia fatta per la filosofia. Ma in campo pratico, dato che la donna in Italia è stata sempre ritenuta inferiore, non sarebbe poi male se, dovendo creare un primus inter pares, si creasse una prima inter pares.

C’è un articolo, non so se in questo Titolo o in un altro, che dice che la donna è essenzialmente dedicata alla funzione familiare. Ma perché «essenzialmente»? Non riesco a capirlo.

È ancora da questa parte (Accenna al centro) che viene questa tendenza poco cortese verso la donna. Ora, il Cristianesimo — amici miei, ho detto che voglio mettermi dalla vostra, pur essendo incredulo nella religione positiva — che cosa è stato? Ha preso la donna ritenuta inferiore ed ha rivelato che è pari all’uomo perché ha una coscienza. Ha dato alla famiglia importanza, ma non suprema, e ha detto al momento opportuno: io sono venuto a separare marito da moglie, madre da figlio. Questo è il messaggio cristiano, cioè la coscienza prima della famiglia.

In pratica quelle vergini, quelle martiri che si adorano…

Una voce al centro. Si venerano!

Calosso. Bene, si venerano. Ho detto si adorano? Mi sono sbagliato, perché in certe cerimonie vi sono delle abitudini popolari che mi sembrano di adorazione. Ricordo che al mio paese c’era un Sant’Espedito, al quale si faceva onore in modi che mi avevano dato l’impressione della vera adorazione. Ma evidentemente anche i fedeli che agiscono in quel modo non adorano: ne prendo atto. Quello che ho visto io non era adorazione. (Interruzioni).

Dicevo che in pratica, queste vergini, queste martiri che si venerano, non erano mica dei colli torti: erano le fondatrici di cellule dei primi secoli (Interruzioni); erano delle partigiane di quell’epoca; erano delle donne forti che si mangerebbero in insalata duecento arcivescovi moderni. (Interruzioni).

Donne forti dunque, donne come ci sono in quest’aula, dove abbondano: questa è la realtà.

Il messaggio cristiano dice che è meglio non sposarsi. Il matrimonio è un’ottima cosa, ma non è cosa che tenga il primo posto: prima c’è la coscienza.

L’onorevole Merlin, che non so se sia ora presente, fece tra l’altro l’elogio della famiglia romana. Roma a suo parere decadde quando perse il senso della famiglia, quando trascurò il culto dei penati.

Manzoni è contro questa tesi. C’è una pagina del Manzoni nelle così dette Opere inedite, dove commenta la storia romana di un francese, il gesuita Rollin. Manzoni non amava molto i gesuiti e scrisse contro di loro una durissima lettera, dove disse con spavento che in Francia c’erano non so quante case dei Gesuiti, e altrove aborrì la confusione fra politica e religione. Io sono d’accordo col Manzoni. Il buon Rollin, gesuita, naturalmente pensa che il senso della famiglia dei romani era una buona cosa: la famiglia, i penati; ma dimentica una sola piccola cosa, che c’è stata la rivoluzione cristiana che ha sgominato questi sentimenti pagani, e allora il Manzoni commenta negando la famiglia e la legge romana.

Se la legge romana è buona, il magistrato, che legalmente condannò i martiri, era buono. Tutto il pensiero del Manzoni è questo, che ciò che di meglio c’è in Roma antica è cattivo: l’ateo era migliore del buon credente pagano, perché l’ateo era più vicino alla conversione.

A suo parere nel paganesimo romano tutto è cattivo, Cincinnato non meno di Cesare. Anche i Cincinnati e i Fabrizi sono gente che si astiene dai vizi e dalla crapula soltanto per orgoglio.

L’onorevole Merlin è cristiano: non ho capito quello che poteva ricavare dall’esaltazione della famiglia romana, almeno manzonianamente.

E verso i figli, lo stesso. Cosa deve fare la legislazione? Dove deve tendere la Costituente? Una lenta azione, non solo con le leggi, ma anche con tutto il costume; ed anche i nostri discorsi qui dentro devono seguire la nuova strada.

A cosa si deve portare il figliolo? Non a stare addossato alla madre, ma a dargli maggior autonomia. A questo si deve tendere in un Paese dove questa autonomia è poco sentita, dove il padre tende a mettere le manacce sul figlio e la madre tende al coccolamento.

Io domando al medico onorevole Marconi, che è buon cristiano: quale è il primo atto della maternità? È un atto di distacco ombelicale (Si ride). Questo è simbolico. Tutto il sistema dell’educazione della famiglia deve tendere a dare al figlio una autonomia; deve propugnare un rispetto reciproco fra figlio e madre, concetto che è poco chiaro nella nostra educazione. L’affetto spesso agisce come ricatto.

L’ideale dovrebbe essere di portare il rapporto fra madre e figlio a quel tipo di amicizia obiettiva, che c’è tra figlio e padre; se no, nascono quelle forme morbose e quei complessi freudiani, che portano al disastro il carattere italiano. Questa è la verità; nessuno può negarla; tutti lo sappiamo; eppure, una forma di ipocrisia, ci conduce a trattare il problema famigliare senza castità e senza pudore. […]

(Il 22 aprile 1947, nella seduta antimeridiana, l’Assemblea Costituente prosegue la discussione generale del Titolo secondo della Parte prima del progetto di Costituzione: «Rapporti etico-sociali».)

da nascitacostituzione.it/ articolo 29 – 22 aprile 1947

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Islam al bivio o cul de sac?

Quote

Scrive Fouad Allam su Tempi:

l’islam non si è mai secolarizzato perché non accetta la soggettivizzazione del fatto religioso.

La domanda è: è possibile questa secolarizzazione?

Di primo acchitto la parola “soggettivizzazione” non mi piace. Ma non so cosa intenda esattamente Allam. Come del resto non mi piace “secolarizzazione”.

È una distorsione del credo per adattarlo allo spirito dei tempi, alle società, alle culture, qualunque essi siano? Senza riconoscere che probabilmente quelle culture hanno un nocciolo duro di istanze che lo contraddicono?

O è un ritrovare che anche nell’Islam c’è una verità a misura di uomo, umana? Che può interpellare uomini di culture diverse?

La fondamentale non-interpretabilità del corano, il suo essere una parola divina dettata, non ispirata, pronunziata in arabo, che rende sacro l’inchiostro con cui è trascritta sembra indicare che non c’è strada. Come si dice a casa mia: chista unn’è strata ca spunta.

Questa o quella per me pari sono?

Ieri, strage a Parigi nella redazione di Charlie Hebdo. Per me primo giorno dopo le vacanze di Natale. Ritorno a casa, cerco di ritrovarmi. Appena svegliata leggo la Bussola, sfoglio Facebook, apro IBreviary per le letture di oggi e trovo questo:

Screenshot_2015-01-09-09-40-47Il Corriere pubblica le vignette blasfeme contro il profeta, e le vignette blasfeme e basta.

Luigi Santambrogio lo spiega bene:

Mais oui, adesso è un po’ più chiaro: a Charlie le religioni, tutte le religioni, non sono mai state simpatiche. Le considera l’origine d’ogni male e di ogni violenza: per questo pigliava per i i fondelli Allah, ma anche il Papa, i Santi e la Chiesa cattolica. Dopo aver visto qualche vignetta del settimanale, difficile andare in piazza con quei cartelli. Non c’è bisogno di essere feroci anticlericali per condannare la strage e gli assassini dei terroristi islamici. Non occorre bestemmiare Dio, raffigurare il Papa che amoreggia con un gay, o la Madonna a gambe aperte mentre partorisce Gesù Bambino o farsi quattro risate con lo Spirito Santo che sodomizza Gesù Crocifisso con tanto di buchi su mani e piedi che a sua volta possiede da dietro il Padre Eterno con la lingua di fuori. Questa era la satira di Charlie: le vignette contro l’islam non hanno mai avuto la stessa virulenza. […]
Ma Charlie non faceva distinzioni, certo era islamofobo, ma con quelle credenziali anti cattoliche tutto gli era concesso. La sinistra era con lui alla crociata contro il «totalitarismo religioso», come ricorda Mauro citando Rushdie.

Ma a non fare distinzioni sono in molti. Sono le religioni ad essere sotto accusa, non l’Islam. Anzi, come dice Umberto Eco, le religioni del libro:

Anche la fatwa contro Salman Rushdie, per i suoi Versi satanici , era legata a un romanzo… E non era certo una novità. Gli uomini si sono sempre massacrati per un libro: la Bibbia contro il Corano, il Vangelo contro la Bibbia eccetera. Le grandi guerre sono state scatenate dalle religioni monoteiste per un libro. Ha mai visto degli animisti che hanno tentato di conquistare il mondo con le armi? Sono le religioni del libro a provocare le guerre per imporre l’idea contenuta nei loro testi. Le guerre pagane, tutto sommato, erano sempre locali. Forse un po’ i Romani… Ma i Cartaginesi hanno combattuto per ragioni commerciali, non per imporre il culto di Astarte».

Beh, un paio di commenti:

Primo, il corano e la bibbia non si corrispondono in questa equivalenza tra le religioni.
Il corano ha per i musulmani lo stesso valore che Gesù Cristo ha per il cristiani. Il cristianesimo non è la religione del libro ma di una persona, Gesù Cristo. Il Dio cristiano è comunione di Persone. Che a sua immagine ha creato l’uomo. Persona, un essere dotato di intelligenza e volontà, maschio e femmina e capace di dare la vita. La famiglia è immagine di Dio. Ugualmente la Chiesa è apostolica, fondata sulla fede trasmessa dagli Apostoli.
No, noi non crediamo alle parole di un libro calato dal cielo, crediamo all’annuncio di uomini che dicono di avere incontrato Dio e assistito alla sua resurrezione. Quegli uomini e i loro successori hanno definito il canone delle scritture dell’antico e nuovo testamento, decidendo cosa ritenere ispirato da Dio e cosa no.

Secondo, certo che gli uomini si ammazzano per dei libri! Perchè in quei libri c’è il manifesto della società in cui vivono e vogliono vivere.

Vorrei sapere da Eco, forse Il Manifesto è stato meno “pericoloso” del corano? E la “satira” di Charlie Hebdo non è forse efficace quanto un kalashnicov? Chi ha a cuore la libertà di parola dovrebbe riconoscere il potere della parola. Si difende la libertà di parlare, credere, manifestare, riunirsi, perchè questi sono i modi in cui gli uomini e le società si autodeterminano.

Non è eliminando le religioni che si elimina la violenza, ma scegliendo in quale Dio credere: un Dio che comanda di uccidere o uno che si fa uccidere?

Sopprimete la sete di divino, di sacro, di trascendente, e vi ritroverete nei Gulag russi, nella Jugoslavia di Tito, in Corea del Nord.

Capisco che questa affermazione può risultare difficile da digerire. Ho riletto oggi il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani:

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Mi chiedo: di chi è figlio questo articolo se non della vilipesa cultura occidentale? Quella che ha le sue radici nel Cristianesimo? Siamo sicuri che chi ha scritto queste parole non abbia interiorizzato il messaggio di un Dio che nasce, che si fa prossimo, figlio e fratello dell’uomo? Di un Dio che guardando la sua creatura la riconosce come cosa molto buona? Perchè mai gli uomini dovrebbero agire in spirito di fratellanza altrimenti? Non diceva forse Hobbes, riprendendo Plauto e Giovenale, homo hominis lupus? Quella parola, fratellanza, chi l’aveva mai pronunziata prima che Dio nascesse? La lettera di Giovanni, infatti continua cosi:

Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.

Rodney Stark in Ascesa e Affermazione del Cristianesimo afferma:

Dobbiamo rivolgerci a problemi di natura dottrinale, perché con l’affermarsi del pensiero giudeo-cristiano apparve nel mondo qualcosa di peculiare: il legame della religione con un codice sociale fortemente etico. Non vi era nulla di nuovo nell’idea che il soprannaturale richiedesse all’uomo particolari comportamenti – gli dèi hanno sempre voluto sacrifici e preghiere – e non c’era nulla di nuovo nel concetto che il soprannaturale rispondesse alle offerte, cioè che gli dei fossero indotti a offrire servizi in cambio di sacrifici. Il concetto nuovo era invece che tra gli uomini e il soprannaturale si creasse qualcosa di più che interessati rapporti di scambio. L’insegnamento cristiano secondo cui Dio ama coloro che lo amano era alieno alle credenze pagane.

[…] Ugualmente alieno al paganesimo il concetto per cui, siccome Dio ama l’umanità, i cristiani non possono accontentare Dio se non si amano l’un l’altro. Anzi, dal momento che Dio dimostra il suo amore attraverso sacrificio, gli uomini devono dimostrare il loro amore sacrificandosi l’uno per l’altro. Queste reciproche responsabilità dovevano essere estese oltre i legami familiari ed etnici, verso «tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo». Erano idee rivoluzionarie.

[…] In una lettera indirizzata a un altro sacerdote [l’imperatore] Giuliano scrive «penso che quando ai poveri capitò di essere dimenticati e rifiutati dai sacerdoti gli empi galilei lo videro e decisero di dedicarsi a loro». Scrive anche che «gli empi galilei non offrono sostegno solo ai loro poveri, ma anche ai nostri; tutti vedono che noi non diamo aiuto alla nostra gente».

Ovviamente Giuliano odiava i «galilei»…

Ammettere che l’etica cosi come la conosciamo necessita di un fondamento nel divino, non significa diminuire l’uomo, significa non privarlo di una dimensione fondamentale, non mutilarlo. Significa anche ammettere che il Cristiano crede in un Dio umano, che il Cristianesimo è un umanesimo integrale.

In altre parole: no, le religioni non sono tutte uguali.

ragione e libertà

“Posso giustificare l’intera teologia cattolica a patto che mi venga concesso di cominciare dalla sacralità e dal valore supremo di due cose: ragione e libertà. Il fatto che la maggioranza delle persone ritenga siano queste le due cose proibite ai cattolici, è un’osservazione illuminante sull’attuale propaganda anticattolica”.

(Gilbert K. Chesterton)

diritti e grazia

Dall’intevista al cardinale Burke in La fede non si decide ai voti di Alessandeo Gnocchi sul Foglio 14 Ottobre 2014:

D. Oggi, la partecipazione all’eucaristia non viene quasi più vista come un atto sacramentale, ma come una pratica sociale. Non significa più comunione con Dio, ma accettazione da parte di una comunità. Non sta qui la radice del problema?

R. È vero, si sta diffondendo sempre di più questa idea protestante. E non vale solo per i divorziati risposati. Si sente spesso dire che, in momenti particolari come la prima comunione, la cresima dei figli o in occasione dei matrimoni, anche i non cattolici possono essere ammessi all’eucaristia. Ma questo, ancora una volta, è contro la fede, è contro la verità stessa dell’eucaristia.

Mi sembra che la questione della comunione ai divorziati risposati, (o più in generale a tuttinoi quando ci troviamo in peccato mortale) sia solo un’altro aspetto della tendenza per cui ogni desiderio diventa diritto. E per cui il rifiuto viene concepito come esclusione. Oggi, ultimo giorno del Sinodo della famiglia, il Corriere titola “Sinodo verso la conclusione «Chiesa non deve escludere nessuno»”. Insinuando che questa sia un’apertura verso “Più sacramenti per tutti”.

Per fortuna andando a leggere il vero Messaggio della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, 18.10.2014 si vede che il senso è completamente diverso. C’è infatti innanzitutto l’annuncio, ovvero il vangelo:

A voi presentiamo le parole di Cristo: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui e cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20). Come usava fare durante i suoi percorsi lungo le strade della Terra Santa, entrando nelle case dei villaggi, Gesù continua a passare anche oggi per le vie delle nostre città. Nelle vostre case si sperimentano luci ed ombre, sfide esaltanti, ma talora anche prove drammatiche. L’oscurità si fa ancora più fitta fino a diventare tenebra, quando si insinua nel cuore stesso della famiglia il male e il peccato.

E poi il messaggio rivoluzionario (sic!) secondo il Corriere:

Cristo ha voluto che la sua Chiesa fosse una casa con la porta sempre aperta nell’accoglienza, senza escludere nessuno. Siamo perciò grati ai pastori, fedeli e comunità pronti ad accompagnare e a farsi carico delle lacerazioni interiori e sociali delle coppie e delle famiglie.

[…] Il vertice che raccoglie e riassume tutti i fili della comunione con Dio e col prossimo è l’Eucaristia domenicale, quando con tutta la Chiesa la famiglia si siede alla mensa col Signore. Egli si dona a tutti noi, pellegrini nella storia verso la meta dell’incontro ultimo quando «Cristo sarà tutto in tutti» (Col 3,11). Per questo, nella prima tappa del nostro cammino sinodale, abbiamo riflettuto sull’accompagnamento pastorale e sull’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati.

E il messaggio si chiude con la preghiera per tutti noi:

Padre, dona a tutte le famiglie la presenza di sposi forti e saggi, che siano sorgente di una famiglia libera e unita.
Padre, dona ai genitori di avere una casa dove vivere in pace con la loro famiglia.
Padre, dona ai figli di essere segno di fiducia e di speranza e ai giovani il coraggio dell’impegno stabile e fedele.
Padre, dona a tutti di poter guadagnare il pane con le loro mani, di gustare la serenità dello spirito e di tener viva la fiaccola della fede anche nel tempo dell’oscurità.
Padre, dona a noi tutti di veder fiorire una Chiesa sempre più fedele e credibile, una città giusta e umana, un mondo che ami la verità, la giustizia e la misericordia.

Ma la preghiera ha un senso solo se si crede nella grazia. Se si crede che veramente cose straordinarie possano accadere. Come dice Andrea in questa lettera a padre Angelo Bellon:

Caro Padre Angelo,
ho letto con grande interesse e tutto d´un fiato il bell´articolo dei Padri Domenicani a proposito del Sinodo sulla famiglia. Che bella lettura.
Innanzitutto, è stato consolante per me sentirmi in sintonia con quell’articolo, specie quando i Padri fanno, per così dire, l’elogio della grazia. In particolare, poi, due punti mi hanno colpito. Il primo è tipico di chi vive in comunione con Dio e di chi vede il mondo cogli occhi del cielo. Intendo cioè lo stupore che i Padri esprimono a proposito della sfiducia nella grazia di Dio e nel fatto che è possibile vivere castamente. Il secondo punto che mi ha impressionato è il passaggio che culmina con questa frase “il papa Benedetto XVI ha incoraggiato i divorziati risposati a coltivare il desiderio per l’Eucaristia affinché essi potessero conformarsi all’insegnamento di Cristo sul matrimonio, non certo perché si affrancassero da esso”. Ah, come vorrei che tutti leggessero e capissero che la Chiesa non nega la comunione per dispetto, ma perché il peccatore, spronato dal desiderio di tornare nel cuore di Dio, superi sé stesso e ritorni in quella grazia che invocava per vincersi.

semi di santificazione

Un lettore ci chiede aiuto: «La mia ragazza non riesce ad aprirsi alle novità di questo Sinodo»

da Il Timone

C’è un grande equivoco, mi pare. Confondere il bene che c’è in un rapporto con ciò che invece lo distrugge. Ogni rapporto di amore riflette la grazia di Dio, è un percorso di santificazione. Ma non ogni aspetto di un rapporto è santo, buono, sano.

Nella mia esperienza non chiedere quello che volevo, evitare di parlarne persino, per paura di litigare non è stato sano. E mi sono trincerata dietro il pensare che certe proposte fossero irricevibili dall’altra parte. Mi faceva comodo del resto.

La rottura ha portato novità, non la gradualità. Nella rottura ho capito che si ama prima Dio e poi il proprio amato. C’è una gerarchia di senso nella nostra vita.

Ma quanto è duro questo attaccamento alle creature? Per questo serve che qualcuno dall’esterno non smetta di indicarci la Via, la Verità. Che sta al di fuori di noi, al di fuori della nostra coppia. Perchè è una Persona. E qui entra in gioco la gradualità. La vita non cambierà in un giorno, ma qualcosa comincerà a muoversi. Una voce inizierà a interpellarci, dal di dentro stavolta. Per me la voce è stata quella di Maddalena. E tanto altro, certo. Ma tutto comincia con qualcuno che ci mette in discussione.

E mi chiedo, se non sono i sacerdoti a interpellarci, a proporre novità di vita, chi lo può fare? Sono loro, liberi da ogni legame umano, che dovrebbero avere l’onestà di proporre il vangelo a tutti. Cosi com’è.

Per questo mi scandalizza questa risposta del direttore di Avvenire. A quanto pare i ruoli si sono invertiti. Sono le pecore ad indicare la strada ai pastori e i pastori deridono le pecore. E perchè poi? Perchè questa sarebbe la strategia vincente per condurre le coppie al matrimonio? E a che serve? Basta il matrimonio a risolvere tutti i problemi? A coprire tutti gli imbrogli, come dice una canzone sicula? Se non si è casti prima del matrimonio non si è casti neppure nel matrimonio, mi pare.

Mi ricordo di un convegno del Meg di tanti anni fa, in cui qualcuno diceva che la castità non è lo stato dei bambini, ma degli adulti. Sta davanti a noi, non dietro come uno stato di purezza originale e perduto. È una strada su cui camminare. Perchè è fedeltà, controllo di sè, amore fecondo, libertà del cuore.