il peccato degli altri

Perchè è cosi difficile accettare la realtà del matrimonio? Del matrimonio senza aggettivi che lo neghino? Io credo perchè significa porsi il problema di come ciascuno di noi vive la sua sessualità. Abbiamo rimosso la natura procreativa del sesso. La contraccezione l’ha strappata via come fosse il peduncolo di un frutto, un’appendice che si infiamma.

Dietro il paravento dei diritti degli omosessuali ci sono i nostri peccati, le nostre infedeltà, le nostre perversioni.

Oh my god, ho usato due parole proibite nella stessa frase!

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il velo cristiano

… when you wear the veil in a very beautiful way you are an icon of Christ’s church, you are representing the bride of Christ.

“Certe volte quando un’usanza è consolidata nel tempo non ci si rende conto delle ragioni per cui esiste. Perchè non ci pensiamo, è una cosa normale. Ma nella nostra situazione attuale in cui non si tratta più di una pratica comune è interessante osservare come la teologia si sviluppi e recuperi e in alcuni casi riarticoli da zero i motivi per cui la gente trovi di valore [indossare il velo]. Io sono interessato al perchè molti giovani stanno riprendendo e rivalutando questa usanza. Potrebbe essere una occasione concreta per testimoniare evangelicamente questa pratica che è biblica.”

“Io penso che quando la gente studia il significato teologico del velo si rende conto di quale straordinatrio privilegio sia essere una donna, perchè l’intero contesto del velo nelle scritture è quello della celebrazione eucaristica e durante questa celebrazione tutto ciò che è sacro è   velato. Il calice è velato e anche l’eucaristia è velata. E le donne sono velate perché siamo profondamente sacre, per Dio noi siamo come un sacro vaso, e Dio ci puo toccare in un modo che è escluso agli uomini perché noi possiamo avere un bambino e il velo significa tutte queste cose.”

“Nella prima lettera ai Corinzi 11, 3-16 Paolo fa un commento sul fatto che molte donne dovrebbero vestirsi in modo appropriato durante la liturgia. Paolo sembra considerare quattro differenti motivazioni per cui le donne dovrebbero avere il capo coperto e gli uomini dovrebbero averlo scoperto. Per questo motivo le persone si interrogano sul modo di presentarsi in chiesa, perchè ha un fondamento nelle sacre scritture. Alcuni ricorderanno che prima era una questione di diritto canonico, il vecchio codice di diritto canonico del 1917 conteneva un’esplicita prescrizione che le donne avessero il capo coperto e gli uomini il capo scoperto. Nel 1983 invece, nel nuovo codice di diritto canonico, la prescrizione fu espressamente cancellata. Quindi non è più una questione di diritto canonico, è completamente una questione di devozione, eppure alcune persone ancora pensano che questa pratica sia preziosa.”

“Mi ricordo che ho visto una donna più grande di me che portava il velo e normalmente non ci avrei fatto caso solo che anche le sue figlie lo portavano e questa cosa mi ha colpito perchè non mi aspettavo di vedere una ragazzina, una bambina di sette anni mettersi una cosa del genere. Più cose scoprivo sul velo più mi affascinava l’idea e per me il fatto di non metterlo era un peso, sapendo quello che sapevo. Quindi ero un po’ nervosa, ma non lo faccio per gli altri, lo faccio perchè voglio onorare Dio in questo modo.”

“Ho cominciato a mettere il velo perchè mi attirava questa tradizione religiosa ma ho continuato a portarlo perchè nel momento in cui me lo metto ed entro in chiesa la mia attenzione si sposta immediatamente sull’Eucaristia. È molto piu facile partecipare e prendere parte al sacrificio e tutto diventa reale. Per me il velo ha avuto un’influenza molto positiva sulla mia vita.”

“Io penso che le ragazze oggi hanno un desiderio profondo di bellezza, di tradizione e mistero, un desiderio per tutte quelle cosa che mancano nella nostra cultura; e quando tu ti metti il velo in un modo veramente speciale tu sei un’icona della chiesa di Cristo, tu rappresenti la sposa di Cristo e se si tratta di un simbolo allora è sicuramente un simbolo positivo e non uno di cui si debba avere paura.”

“Sometimes when something is a long standing tradition practice we fail to value the reasons behind it. Because we don’t think about it. It’s common. But in our present situation where this is now no longer a common practice it’s interesting to watch the theology develop and catch up and in some ways articulate anew the reasons why people find this valuable. I am interested why a lot of young people are taking this up and find a value in it. It could be a real occasion for living evangelical witness to this practice that is biblical.”

“I think when people study the theological significance of the veil they realize what a tremendous privilege it is to be a woman. Because the entire context of the veil in scripture is in the context of the Eucharistic celebration and during that celebration all sacred things are veiled. The chalice is veiled and between us the Eucharist is also veiled. And women are veiled because we are so sacred, to God we are a sacred vessel just like they are and God can touch as in a way that He cannot touch a man because we can have a child and the veil signifies all of these things.”

“In first Corinthians chapter 11, verses 3-16 Paul makes a remark about the need for many women to attire themselves appropriately in the coming of the liturgy. Paul seems to give four different rationales there for why men should have their head uncovered and women have their head covered. So people really have a concern because this is part of sacred scriptures about what this means for our attire in church today. As some people might remember that it used to be a matter of canon law, the old 1917 code of canon law had an express requirement that men would have their heads uncovered in church and women their heads covered. However in 1983 there was a new edition of the code of canon law and there is expressly derogated. So it no long a matter of church law, so it’s entirely an option on matter of devotion, nonetheless some people still find a great value in the practice.”

“I remember seeing an older woman wearing a mantilla and normally I wouldn’t have thought anything of it except for the fact that their daughters were also wearing their mantilla and that interested me because I didn’t expect to see a young, like seven years old girl, wearing something like that. The more I learnt about it the more I just loved the idea of it and it was more of a burden for me to not wear it, knowing what I knew. So I was nervous but I am not doing this because of other people, I am doing this but because I want to honour God in this way.”

“I started wearing the veil because I was truly drawn to the sacred tradition of it but I kept wearing the veil because as soon as I put it on and walked into a church it took my focus immediately centred on the Eucharist. It was a lot easier to participate and in that have a sacrifice and hold the things much more real. So that’s a very positive impact that the veil has had on my life.”

“I think younger women today also are really longing for beauty and tradition and mystery and all the things that are lacking in our culture and when you wear the veil in a very beautiful way you are an icon of Christ’s church, you are representing the bride of Christ and if it is a symbol at all is a very positive one so don’t be afraid of that.”

Allattamento

No, gli uomini e le donne non sono uguali per niente. State un paio di giorni con una donna che allatta e non potrete che scoppiare a ridere davanti ad una stupidaggine del genere. Io me l’ero scordato.

Non è questione di sentimentalismo. Mi pare di avere osservato anzi piuttosto freddamente. Sarà che il mio cuore per ora è gelato ma ritrovavo in me ben poco sentimento materno.

Eppure nonostante non capissi quello sguardo completamente innamorato, quella dipendenza non solo del bambino dalla madre ma anche e inspiegabilmente della madre dal suo bambino, il senso di possesso nei suoi occhi, c’era un’evidenza di fatti: una tetta serve ad essere succhiata da un bambino!

Mentre guardavo, mi passavano per la mente immagini di corpi magri e sensuali e la parola che mi risuonava nella testa era perversione.

diritti e grazia

Dall’intevista al cardinale Burke in La fede non si decide ai voti di Alessandeo Gnocchi sul Foglio 14 Ottobre 2014:

D. Oggi, la partecipazione all’eucaristia non viene quasi più vista come un atto sacramentale, ma come una pratica sociale. Non significa più comunione con Dio, ma accettazione da parte di una comunità. Non sta qui la radice del problema?

R. È vero, si sta diffondendo sempre di più questa idea protestante. E non vale solo per i divorziati risposati. Si sente spesso dire che, in momenti particolari come la prima comunione, la cresima dei figli o in occasione dei matrimoni, anche i non cattolici possono essere ammessi all’eucaristia. Ma questo, ancora una volta, è contro la fede, è contro la verità stessa dell’eucaristia.

Mi sembra che la questione della comunione ai divorziati risposati, (o più in generale a tuttinoi quando ci troviamo in peccato mortale) sia solo un’altro aspetto della tendenza per cui ogni desiderio diventa diritto. E per cui il rifiuto viene concepito come esclusione. Oggi, ultimo giorno del Sinodo della famiglia, il Corriere titola “Sinodo verso la conclusione «Chiesa non deve escludere nessuno»”. Insinuando che questa sia un’apertura verso “Più sacramenti per tutti”.

Per fortuna andando a leggere il vero Messaggio della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, 18.10.2014 si vede che il senso è completamente diverso. C’è infatti innanzitutto l’annuncio, ovvero il vangelo:

A voi presentiamo le parole di Cristo: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui e cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20). Come usava fare durante i suoi percorsi lungo le strade della Terra Santa, entrando nelle case dei villaggi, Gesù continua a passare anche oggi per le vie delle nostre città. Nelle vostre case si sperimentano luci ed ombre, sfide esaltanti, ma talora anche prove drammatiche. L’oscurità si fa ancora più fitta fino a diventare tenebra, quando si insinua nel cuore stesso della famiglia il male e il peccato.

E poi il messaggio rivoluzionario (sic!) secondo il Corriere:

Cristo ha voluto che la sua Chiesa fosse una casa con la porta sempre aperta nell’accoglienza, senza escludere nessuno. Siamo perciò grati ai pastori, fedeli e comunità pronti ad accompagnare e a farsi carico delle lacerazioni interiori e sociali delle coppie e delle famiglie.

[…] Il vertice che raccoglie e riassume tutti i fili della comunione con Dio e col prossimo è l’Eucaristia domenicale, quando con tutta la Chiesa la famiglia si siede alla mensa col Signore. Egli si dona a tutti noi, pellegrini nella storia verso la meta dell’incontro ultimo quando «Cristo sarà tutto in tutti» (Col 3,11). Per questo, nella prima tappa del nostro cammino sinodale, abbiamo riflettuto sull’accompagnamento pastorale e sull’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati.

E il messaggio si chiude con la preghiera per tutti noi:

Padre, dona a tutte le famiglie la presenza di sposi forti e saggi, che siano sorgente di una famiglia libera e unita.
Padre, dona ai genitori di avere una casa dove vivere in pace con la loro famiglia.
Padre, dona ai figli di essere segno di fiducia e di speranza e ai giovani il coraggio dell’impegno stabile e fedele.
Padre, dona a tutti di poter guadagnare il pane con le loro mani, di gustare la serenità dello spirito e di tener viva la fiaccola della fede anche nel tempo dell’oscurità.
Padre, dona a noi tutti di veder fiorire una Chiesa sempre più fedele e credibile, una città giusta e umana, un mondo che ami la verità, la giustizia e la misericordia.

Ma la preghiera ha un senso solo se si crede nella grazia. Se si crede che veramente cose straordinarie possano accadere. Come dice Andrea in questa lettera a padre Angelo Bellon:

Caro Padre Angelo,
ho letto con grande interesse e tutto d´un fiato il bell´articolo dei Padri Domenicani a proposito del Sinodo sulla famiglia. Che bella lettura.
Innanzitutto, è stato consolante per me sentirmi in sintonia con quell’articolo, specie quando i Padri fanno, per così dire, l’elogio della grazia. In particolare, poi, due punti mi hanno colpito. Il primo è tipico di chi vive in comunione con Dio e di chi vede il mondo cogli occhi del cielo. Intendo cioè lo stupore che i Padri esprimono a proposito della sfiducia nella grazia di Dio e nel fatto che è possibile vivere castamente. Il secondo punto che mi ha impressionato è il passaggio che culmina con questa frase “il papa Benedetto XVI ha incoraggiato i divorziati risposati a coltivare il desiderio per l’Eucaristia affinché essi potessero conformarsi all’insegnamento di Cristo sul matrimonio, non certo perché si affrancassero da esso”. Ah, come vorrei che tutti leggessero e capissero che la Chiesa non nega la comunione per dispetto, ma perché il peccatore, spronato dal desiderio di tornare nel cuore di Dio, superi sé stesso e ritorni in quella grazia che invocava per vincersi.

semi di santificazione

Un lettore ci chiede aiuto: «La mia ragazza non riesce ad aprirsi alle novità di questo Sinodo»

da Il Timone

C’è un grande equivoco, mi pare. Confondere il bene che c’è in un rapporto con ciò che invece lo distrugge. Ogni rapporto di amore riflette la grazia di Dio, è un percorso di santificazione. Ma non ogni aspetto di un rapporto è santo, buono, sano.

Nella mia esperienza non chiedere quello che volevo, evitare di parlarne persino, per paura di litigare non è stato sano. E mi sono trincerata dietro il pensare che certe proposte fossero irricevibili dall’altra parte. Mi faceva comodo del resto.

La rottura ha portato novità, non la gradualità. Nella rottura ho capito che si ama prima Dio e poi il proprio amato. C’è una gerarchia di senso nella nostra vita.

Ma quanto è duro questo attaccamento alle creature? Per questo serve che qualcuno dall’esterno non smetta di indicarci la Via, la Verità. Che sta al di fuori di noi, al di fuori della nostra coppia. Perchè è una Persona. E qui entra in gioco la gradualità. La vita non cambierà in un giorno, ma qualcosa comincerà a muoversi. Una voce inizierà a interpellarci, dal di dentro stavolta. Per me la voce è stata quella di Maddalena. E tanto altro, certo. Ma tutto comincia con qualcuno che ci mette in discussione.

E mi chiedo, se non sono i sacerdoti a interpellarci, a proporre novità di vita, chi lo può fare? Sono loro, liberi da ogni legame umano, che dovrebbero avere l’onestà di proporre il vangelo a tutti. Cosi com’è.

Per questo mi scandalizza questa risposta del direttore di Avvenire. A quanto pare i ruoli si sono invertiti. Sono le pecore ad indicare la strada ai pastori e i pastori deridono le pecore. E perchè poi? Perchè questa sarebbe la strategia vincente per condurre le coppie al matrimonio? E a che serve? Basta il matrimonio a risolvere tutti i problemi? A coprire tutti gli imbrogli, come dice una canzone sicula? Se non si è casti prima del matrimonio non si è casti neppure nel matrimonio, mi pare.

Mi ricordo di un convegno del Meg di tanti anni fa, in cui qualcuno diceva che la castità non è lo stato dei bambini, ma degli adulti. Sta davanti a noi, non dietro come uno stato di purezza originale e perduto. È una strada su cui camminare. Perchè è fedeltà, controllo di sè, amore fecondo, libertà del cuore.

zoologia (e botanica) fantastica

No, non si tratta di Borges. “Guarda, una fragola che nuota” è il titolo di un articolo di Gilberto Corbellini sul sole24ore su una delle paure più diffuse e infondate sugli ogm, il trasferimento di geni da una specie ad un’altra, anche molto distanti.

Perché sarebbe innaturale spostare un semplice gene? Inoltre, i geni non specificano  singolarmente alcuna caratteristica che osserviamo in un organismo, per esempio il fatto che sia peloso o che produca le pannocchie. Né  portano un’etichetta con scritta la specie da cui vengono.  Infatti, è possibile isolare gli stessi geni in specie viventi tra loro diversissime. 

La biologia ci dice che i geni servono a fabbricare proteine, e che la formazione di una pannocchia dipende da processi che sono si regolati dai geni ma solo in collaborazione tra loro. Quindi pensare che se si trasferisce un gene si trasferisce qualcosa di più di una proteina che svolge una determinata funzione, per esempio protegge quella pianta” naturalmente” dai parassiti, è un residuo di pensiero magico: una parte di qualcosa contiene il tutto.

il principio dello struzzo: non so quindi mi fido

Che si tratti di medicina alternativa o di ogm il principio è lo stesso: fa più paura quello che si conosce di quello che si ignora.

Da un lato c’è la sana e intrinsecamente scientifica consapevolezza di non possedere una conoscenza definitiva sul mondo e sulla natura, dall’altro si preferisce affrontare l’ansia che questo produce con una sorta di pensiero magico. Meglio non addentrarsi, meglio non cercare di approfondire.

Ma cosa c’è di più naturale per l’uomo se non usare la sua inteligenza, le sue mani, i suoi occhi per soddisfare la curiosità e modificare se stesso e quanto gli sta intorno?

Oggi sul funzionamento e sugli effetti dei medicinali in commercio sappiamo mille volte di più che su erbe, omeopatia e manipolazioni chiropratiche. Eppure sui medicinali si continuano a fare test in base alla sempre crescente conoscenza del corpo umano. Ed è cosi che medicine in uso per anni vengono ritirate e sostituite da altre più efficaci o con effetti collaterali minori.

Che informazioni affidabili abbiamo sulle medicine alternative? A parte il consiglio dell’amico che ha provato l’una o l’altra? Nessuna riguardo quelle che rifiutano di essere testate; che non funzionano o hanno blandi effetti quelle su cui è stato fatto uno studio rigoroso, (link fantastico!) .

Lo stesso vale per gli ogm. Edoardo Boncinelli lo dice in una battuta: “Un gene non fa primavera. Fa il suo prodotto punto e basta. Nelle epoche passate invece si sono incrociati organismi per fare frumento, mais, ciliegie, pecore e cani. E lì sì che sono stati mischiati a caso migliaia di geni. C’è solo una differenza tra quegli interventi e quelli attuali: oggi si agisce su un gene per volta e a ragion veduta, mentre prima si modificavano tantissimi geni senza avere idea dei loro effetti”.

E alla domanda se ci sono rischi inattesi per la salute tipo la produzione di allergeni inaspettati, risponde:

Inattesi no. Semmai il contrario. Perché oggi si sa esattamente quali proteine allergeniche producono i geni che si utilizzano. Così si può controllare in modo totale i possibili allergeni e gli altri agenti tossici”.